Il nonsense ci salverà.

Posted: 10 febbraio 2012 in cultura varia, ironia, myflickr

Sto preparando un esame sul Mito. In questi giorni ho letto talmente tanti miti che mi si stanno s-confondendo tutti in testa. La cosa che mi consola (devo sempre trovare qualcosa che mi consoli) è che non siamo soli nell’universo. Nel senso. Se il mondo molto spesso è un enorme crogiuolo di nonsense… beh anche gli antichi non erano da meno.

Voglio raccontarvi un antico rito greco, senza alcuno studio sul contesto storico o interpretazione, perché letto così è veramente assurdo e, sì, fa veramente ridere. Così per mantenere alto l’umore.

Durante questa speciale festa, la Festa delle Bufonie, vengono portati dei buoi in processione sull’acropoli e vengono lasciati vagare attorno ad un altare. Su di esso sono poste alcune focacce dedicate agli dei. Gli animali sono chiaramente attratti dalle focacce e il primo bue che addenta una focaccia viene ucciso con un colpo di scure. A questo punto, l’assassino di buoi getta la scure a terra e scappa (io me lo sono immaginato bene: uno scatto tipo al gioco del fazzoletto. Nuuuumeriiiii… DUE! Accoltella, prende e scappa).

L’animale viene poi macellato ritualmente e mangiato. La cosa peculiare di questo rito è che, durante tutto il suo svolgimento, si attua una sorta di scarica barile per il quale ognuno dà la colpa ad un altro per l’uccisione del povero bue: le portatrici d’acqua accusano gli affilatori di scure, che a loro volta accusano i portatori di scure… e così via, fino a quando la colpa non ricade sull’arma che ha squartato l’animale (tu brutta stronza:  sei affilata!). Viene presa, condannata (!) e gettata in mare.

La pelle del bue viene poi impagliata, cosicché in qualche modo si possa dire che l’animale è risuscitato all’interno di un simulacro, che viene così attaccato ad un aratro.

Ed ecco che immediatamente mi si è accesa a lato della testa una grossa e luminosa lampadina a forma di WTF?!? subito sostituita da un’altra a forma di LOL, con una leggera spruzzata di OMG. Per dire.

Se mi avessero dato 1 euro per ogni volta che ho sentito questa frase ora sarei milionaria probabilmente. Filosofia = insegnante. Uguaglianza che quanto meno mi fa rabbrividire e che mi nausea.

Non nego possa esistere chi, dopo una laurea in facoltà umanistiche, voglia fare l’insegnante per passione (mio zio è uno di questi, D’avenia un’altro e così tanti altri…).  Ma non significa che sia l’unica prospettiva di vita che ho. E a maggior ragione per quanto riguarda filosofia. (E’ indubbio che per chi non sa nemmeno cosa sia, sia giusto dargli un’infarinatura di storia della filosofia, ma se parliamo di me, allora no grazie. Ho già dato.)

“Se in filosofia esiste qualcosa di simile a istruzione, può essere soltanto l’insegnamento a pensare per proprio conto”

Leonard Nelson

Questo è il succo di tutto. Non si potrà mai insegnare nient’altro che questo il resto è indottrinamento mnemonico: insegnare a pensare, ad amare il sapere, la curiosità, essere coerenti con il proprio pensiero. Chi possiede queste caratteristiche, magari nemmeno lo sa, ma per me è un filosofo. La filosofia è un’attitudine e la vita è la maestra migliore.

Forse potrà anche sembrare l’unica scelta obbligata, ma è solo perché questi signori hanno poca fantasia e continueranno a vivere nella propria mediocrità con la costante paura di fallire. Nulla è mai obbligato, niente è mai univoco (lo diceva già Clà qualche tempo fa parlando della gente che ragiona per tappe che pensa che dopo questo ci sia questo e dopo per forza quest’altro). E sono gli stessi che mi dicevano: dovresti fare l’infermiera, perché filosofia è inutile. Certo, sono io stessa ora a dire che la filosofia è inutile, ma parlo riferendomi a quei filosofi che pensano di avere la verità in tasca. Allora sì, per loro la filosofia è stata inutile davvero.

Io ho altri e più grandi progetti per me: le mie prospettive sono rosee, ricordate? Un po’ nebulose ma rosee. E me ne sbatto della paura di fallire: oramai è diventata mia compagna di viaggio, ci teniamo compagnia. Ma in fondo un fallimento in più o in meno cosa vuoi che cambi!

E allora daje.

Et voilà! Conosciute il secondo anno di università. Ci barcameniamo alla bell’e meglio non capendo un cazzo della vita, quattro filosofe da strapazzo che di filosofico probabilmente hanno solo il concepire la vita come un’infinita girandola di nonsense e citazioni trash (di cui io non capisco un granché, perché non ho una vera cultura trash, apprezzo eh, ma mancano le basi proprio).

Ed eccoci qua:

  • la repressa, che non lascerà mai il suo ragazzo stronzo perché probabilmente ha il terrore di non trovarne un altro, e preferisce essere repressa per tutta la vita a fare la mogliettina. Catto-comunista convinta che non vuole nemmeno sentir nominare la parola sesso;
  • la banderuola, che non riesce a prendere mai una decisione in vita sua e segue la corrente, e vede i cuori perfino nei disegni della schiuma dei cappuccini;
  • la finta cinica/donna di mondo, che in realtà ha sempre avuto storie serie e lunghissime (e per me un anno è un periodo di tempo lunghissimo) in vita sua e che prima di fare nuove esperienze deve analizzare la situazione così a fondo che nel rimettere insieme i pezzi avrà sicuramente perso qualche vite (ovvio che poi le cose non funzionano!). Ragazza indipendente che fa da sempre a botte con il suo bisogno di essere amata;
  • la philofobica (all’incirca), che pur di non perdere la propria libertà è disposta a uscire con tre ragazzi contemporaneamente per non concentrarsi mai veramente su nessuno, è disposta ad amare in ognuno un particolare per non doverli amarli in toto. Convinta che il sesso sia la cura ad ogni male. Single praticamente da quando è nata. Ironia e cinismo sono il suo pane quotidiano, ma dice bene la Spora: “Epperò, oh, sono singol. Ho scelto di esserlo? Nah. Mi sto adattando alla situazione? Più o meno.

Sembrano personaggi alla sex & the city, e invece…

Sono reali? Forse. Ricamati? Probabile. Caricature? uhmmmm nnn-nì. Non più di quanto potrebbero esserlo altre descrizioni da 4 righe l’una.

Amiche: senza dubbio. Casinare: puoi metterci la mano sul fuoco. In attesa di qualcosa di meglio: anche. E’ che l’attesa a volte non dà frutti se non si smuovono un po’ le acque. Sempre per il famoso principio per il quale se continui ad agire perennemente nello stesso modo, ne seguiranno SEMPRE i medesimi effetti.

Saggezza popolare

Posted: 1 febbraio 2012 in life, success

“La fortuna aiuta gli audaci” e “Aiutati, che il ciel t’aiuta”

Due proverbi che fondamentalmente dicono la stessa cosa: OSA.

Cara amica mia

Posted: 29 gennaio 2012 in diario, ironia, myflickr

Cara amica mia,

sono  la classica (oddio non so quanto classica) amica che esce tranquillamente con te a cena o passa del tempo divertendosi un sacco insieme a te, ma poi sparisce per settimane senza mai farsi sentire di sua spontanea volontà rinchiudendosi nella propria solitudine. Amica, non prendertela a male – davvero! – è che i rapporti amicali* non sono il mio forte, mi stancano proprio psicologicamente. Quindi, amica, se ti sto proprio tanto simpatica e in fondo un po’ mi vuoi bene e quindi ci tieni ad avere a che fare con me devi portare pazienza e capire che, se non mi faccio sentire, non è perché mi stai sui coglioni o perché mi hai fatto qualcosa di male. Io prima o poi torno. E, ad ogni modo, nel caso avessi bisogno, non ti rifiuterei mai il mio aiuto: ci sono in ogni caso.

Lo so che probabilmente questa mia natura non mi rende propriamente popolare e che un giorno, quando sarò vecchia, me ne pentirò perché non avrò nessuno su cui contare se non me stessa. Ma poi – parliamoci chiaro – mica è detto che la vita sia paragonabile ad un film, di quelli che un giorno ti accorgi che stai recitando la parte di Scrooge e l’unica cosa da fare pare sia convertirsi ma – oddio! – oramai è troppo tardi. Suvvia.

Hai ragione, amica: sono complessata, ma in fondo ci vivo bene con i miei complessi. Potrò non sopportare le relazioni amicali per più di tre giorni di seguito, potrò avere dei problemi a vivere il presente e a provare emozioni se non quelle ricostruite nella mia mente a posteriori, ma in fondo sono una ragazza felice.

E poi pare che ci sia ancora tutto il tempo del mondo. Mi è stato fatto notare che a 23 anni si è ancora giovani e che forse questo mio sentirmi sempre perennemente in ritardo, questa smania di voler bruciare le tappe è un tantino eccessiva. Che poi di tappe non ne ho mai bruciata nemmeno una. Non sono proprio un “Genio incompreso”: genio sicuramente NO, incompreso forse, ma non certo per colpa degli altri.

Quindi, cara amica, se non ti chiamo, se non ti cerco, se… se… se… è solo perché sono un po’ un orso. Ma di quelli carini a cui in fondo, in fondo ogni tanto piace qualche coccola. Ecco.

Bacini, amica :*

* soprattutto con il genere umano femminile e il bagaglio di paranoie e complessità che ci portiamo dietro; con gli uomini invece è un’altra storia [e non sarò certo io a spiegarvi il perché, se non ci arrivate], anche se pure loro a paranoie, a volte, non stanno certo a pettinare le bambole

Comment c’est

Posted: 28 gennaio 2012 in cultura varia, diario, myflickr

Il sistema universitario ti toglie ogni forza, ti stringe un cappio al collo, si stringe come un golfino lavato ad una temperatura errata e te ne accorgi solo quando comincia a mancarti l’aria. Potresti provare un senso di nausea per la boria dei tuoi colleghi e anche arrivare a dimenticare il perché eri così felice quando hai cominciato.

Tuttavia, ogni tanto, leggendo e studiando giunge una boccata d’aria fresca, fa capolino, in mezzo alla delusione, IL ricordo del perché ho scelto di essere qui e di studiare filosofia e questo mi consola enormemente: significa che non mi sto proprio torturando per prendere un pezzo di carta per niente.  Quando riesco a sentire una sorta di frenesia e irrefrenabile meraviglia allora so che è la direzione giusta. Lo stesso senso di meraviglia che ti fa persino spuntare un sorriso.

E niente. Stamattina ho letto questo e mi è spuntato un sorriso, nonostante sia un concetto veramente triste. So’ strana, non giudicatemi per questo.

Se ogni romanzo si basa sulla costruzione di un “mondo possibile”, la fine di questo romanzo (ndr. Comment c’est di S. Beckett) ne è viceversa la completa decostruzione, l’abiura. Non erano che fantasie, sciocchezze; la letteratura non è altro che invenzione quindi menzogna.

Il mondo in cui viviamo è privo di senso, di giustizia, di logica. Esso esiste ma non è costruito: non contiene quindi delle regole, come quelle che agiscono nella creazione di mondi letterari. Perduti in questo universo di eventi contingenti, assetati di un qualsiasi ordine razionale che possa essere proiettato sulle cose, cediamo a quella debolezza che ci illude che gli eventi custodiscano un ordine segreto, e che la forza del linguaggio – la trasformazione ad esempio dell’esprerienza in racconto – ce lo possa svelare.

Prof. Ferraro – Corso di teoria della narrazione (Torino)

Che poi magari è una cazzata, ma non è fondamentale che abbia per forza senso per voi. Io l’ho trovato un concetto bellissimo.

Oltre.

Posted: 26 gennaio 2012 in diario, favole, life, myflickr
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Sentire il bisogno di procedere lungo il proprio cammino, di andare avanti, di abbandonare il nido dorato che ci si è costruiti, di ritrovarsi diversi, scoprirsi attivi e non ovattati nella bambagia.

Trovare gli spigoli più duri. Sbatterci contro. Fa male. Deve far male! Devo poterlo sentire, cazzo!

Riscoprirsi vivi. Ancora una volta.

L’anello

Posted: 6 gennaio 2012 in favole
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Oggi mi è venuto in mente di non aver ancora pubblicato qui, sul mio blog, il racconto che scrissi per Barabba quest’estate. Rimedio ora dall’alto della mia scopa. Ho preso freddo stanotte. Coff coff.

(posizione)
Indice della mano destra, proprio sulla giuntura che tiene insieme la falangina e la falangetta.
(cause)
E’ così piccina che ora faccio fatica a ricordare con esattezza quale sia l’indice incriminato e devo pensarci un po’. Ma all’epoca non avevo bisogno di rifletterci nemmeno mezzo secondo: faceva un male fottuto. E poi, si sa, durante l’adolescenza è sempre tutto più doloroso: sarà che la pelle è ancora liscia e morbida, non ancora temprata dalle intemperie della vita; sarà che, per spirito di ribellione, decidiamo di infrangere la campana di vetro in cui venivamo gelosamente custodi, e, appena fuggiti, siamo ancora così ingenui che vorremmo il mondo esattamente come l’avevamo dipinto sulle pareti della nostra prigione di vetro: con tanti cavalli bianchi e principi azzurri.
Sarà come sarà, ma quel giorno – o meglio quella tiepida notte di mezza estate – ero radiosa. Probabilmente non te lo ricordi. Ma io mi sentivo finalmente bene con me stessa, nonostante l’adolescenza.
C’eri tu, c’ero io, c’erano tutti i nostri amici, c’erano un sacco di altre persone e, come al solito, mi ero appiccicata a te. Tu mi davi pacche affettuose che mi lasciavano dei lividi disumani. Non mi facevi male, ma probabilmente le mie braccia volevano già dirmi qualcosa. Sembravamo all’asilo. Sai che si dice che i bambini dell’asilo per dimostrare interesse si tirano le cose addosso? Ecco, noi ci menavamo; ma se avessimo avuto qualcosa da lanciarci a portata di mano probabilmente l’avremmo fatto. Non ho mai dato una spiegazione a tutto ciò, però fu uno dei periodi più felici della mia vita. Folle, vero?
Beh, quella sera eravamo seduti vicini e stavamo giocando: e tu, mio caro, signore come solo tu sai essere, mi hai tirato una delle tue gentilezze su una spalla. Avevo un anello di metallo al pollice destro e nel ricambiarti la cortesia, con la mano chiusa a pugno, a causa dell’impatto con il tuo braccio, la parte affilata è penetrata nella carne. Ha cominciato subito a sanguinare. Non smetteva più, così ho tamponato immediatamente la ferita con un tovagliolo. Non ho fatto nient’altro. Speravo solo che tu non ti accorgessi di nulla: non volevo che ti sentissi in colpa. Il resto non me lo ricordo bene, ma ormai i ricordi sono così confusi.
Però una cosa me la ricordo perfettamente: a un certo punto ci siamo ritrovati proprio in quel punto del parco dove la luce dei fari alogeni non arrivava e, non so come, mi sono resa conto all’improvviso che stava per succedere.
“Vuoi fare un gioco? – mi hai sussurrato, prendendomi le mani tra le tue – Chiudi gli occhi.”
E lì ho capito. “Oddio e adesso? Non so come si fa.” Tra tutte le cose che potevano venirmi in mente in quella frazione di secondo – felicità, sensazione di svenimento, euforia… – quella è stata l’unica cosa che mi è venuta lì per lì. E invece è stato così naturale, come se non avessi atteso di fare altro in tutta la mia vita. Per un secondo mi sono persino dimenticata del dolore.
(conseguenze)
Il bacio perfetto dato ad uno stronzo colossale; chiaramente solo il primo di una lunga serie.
Oh, sono stata troppo diretta? Mi dispiace, non volevo urtare la tua sensibilità. E’ che ho sempre fatto la persona superiore: non te l’ho mai detto e volevo decisamente togliermi questo sassolino dalla scarpa.
E ora per me sei semplicemente una persona come tante che abita la Terra. Perché come in tutte le cose, anche la grammatica vuole, che prima o poi arrivi il momento di mettere un punto alla fine di un periodo. Senza un punto non ci raccapezzeremmo più nella storia della nostra vita. Punto, a capo e si passa oltre.
La cicatrice di quella sera, invece, è sempre qui al posto che le conviene, pronta a ricordarmi la sua provenienza. Ma, la vuoi sapere una cosa? Ogni cosa ha un significato solo se siamo noi a decidere di dargliene uno. E alla fin fine i ricordi sono come le cicatrici. Restano, come segni indelebili, ma poi non fanno più male.
Addio.

Dal 7 marzo 2012 le pensioni superiori ai 1000 euro mensili non verranno più corrisposte in contanti. E questo per quanto riguarda tutti i tipi di pensione anche quella di invalidità.

E che problema c’è direte voi… basta avere un conto in banca, no? Sì e no.

Fino a quando si tratta di pensionati titolari del proprio conto in banca il problema è solo il fatto specifico di avere un conto in banca da gestire che magari prima non avevano e di non poter più mettere i soldi nella calzetta o nel barattolo dei biscotti…

Ma quando si tratta di un disabile minorenne, che non è e non sarà mai in grado di firmare nemmeno al raggiungimento della sua maggiore età? Beh, quei soldi versati su un conto intestato chiaramente a nome del disabile in questione non potranno mai essere toccati dalla famiglia beneficiaria.

E una volta che costui diventasse maggiorenne, ma continuasse a non essere in grado di firmare o di ritirare i soldi che gli spettano? La situazione non è certo più rosea: occorre, infatti, nominare un tutore legale e, ogni qual volta si voglia ritirare un solo centesimo, è necessario andare dal giudice (nel nostro caso specifico al tribunale di Alba a 1h di distanza) e attestare in qualche modo che quei soldi serviranno effettivamente al disabile a cui è intestato il conto. Cioè, per farla in soldoni: se volessi comprare a mio fratello (disabile) un paio di calze con quei soldi? Dovrei ogni santissima volta andare dal giudice. Avete idea della burocrazia?

La mia famiglia, attualmente, sul libretto di mio fratello ha circa 5000 euro di cui, con ogni probabilità, nessuno di noi vedrà mai un centesimo. E allora? Che si fa?

Poveri pensionati costretti ad aprirsi un conto in banca. Sì, certo. Ma i disabili? Quelli veri, intendo.

Avrei voluto adattarmi al format generale  e scrivere pure io un post sul capodanno: su quanto potrei odiarlo, su quanto avrei voluto passare il veglione a casa oppure sul mio vestito super trendy scelto per l’occasione, sui bilanci del 2011 (positivi o negativi), sui Maya o su quanto sarà dura per tutti questo 2012 che verrà…

Avrei. Perché in fondo io non odio né amo capodanno, semplicemente dipende dalle persone che mi circondano e dai programmi. E’ già successo che me ne restassi a casa armata di Pringles e mi impegnassi in una maratona di Alias fino alle 4 del mattino. Semplicemente a sto giro sono rimasta a letto con l’influenza.

Avrei. Perché io non compro abiti trendy, né uso mai la parola trendy. Oddio di nuovo!

Avrei. Perché io i bilanci li faccio ad Agosto e a farli ora non mi verrebbe naturale. Ed è inutile stare a preoccuparsi troppo per quello che verrà. La vita la si affronta giorno per giorno senza angosciarsi in anticipo. Ma, soprattutto, i Maya mi hanno fatto crescere e rotolare via i marrons. Ve lo dico. E di buoni propositi non ne faccio, voglio solo laurearmi e mandare a fare in culo tutti quei finti intellettuali boriosi. Solo per un po’.

E a tutti quelli che dicono “anno nuovo, vita nuova” rispondo che sì, sarebbe un esperimento interessante fare tabula rasa ogni anno e ripartire da capo, ma in quel caso saremmo tutti ancora all’età della pietra. Il progresso, signori. Il progresso. Io non vorrei mai spedire nel dimenticatoio tutti i sacrifici che ho fatto, le battaglie che ho condotto, le vittorie che ho conquistato, la progressiva acquisizione di consapevolezza di me stessa. Un anno è solo UN anno, un capitolo di un romanzo in via di sviluppo. Non siete curiosi di vedere come il capitolo nuovo procede dal vecchio?

PS: e, comunque, la cosa bellissima di questo post è la sua contraddizione intrinseca lol.