Il motivo per cui salto

Q25 PERCHE’ SALTI?

Che cosa provo, secondo voi quando mi metto a saltare su e giù, battendo le mani? Penserete che dietro il mio viso felice in realtà non ci siano grandi sensazioni, ci scommetto.

E invece sì, e quando salto è come se toccassi il cielo. Il mio bisogno di essere inghiottito dal cielo è così forte che il cuore mi batte forte sul serio. Riesco a sentire molto bene le parti del mio corpo: le gambe che spingono, le mani che applaudono. E questo mi fa stare benissimo.

Dunque è per questo che salto. […] Io reagisco fisicamente alla felicità o alla tristezza. Perciò, quando accade qualcosa che mi tocca emotivamente, il mio corpo si irrigidisce come se fosse stato colpito da un fulmine.

Non è che i miei muscoli si induriscano davvero. Piuttosto, non sono libero di muovermi come vorrei. Saltando, in pratica cerco di sciogliere le corde che legano il mio corpo. Mi sento più leggero, e penso che ci sia un motivo preciso se il mio fisico è attratto dal cielo: provo il desiderio di trasformarmi in un uccello, per poter volare verso qualche posto lontano.

Invece, costretto come sono da me stesso e dalle persone intorno a me, posso soltanto cinguettare, sbattere le ali e saltellare in una gabbia. Ah, se solo potessi spiccare il volo e lanciarmi nel blu, lassù, volando lontano, oltre le colline!

Naoki Higashida, Il motivo per cui salto

Cinquantotto domande e altrettante risposte, per svelare al mondo i misteri dell’autismo: a interrogarsi è un ragazzo di 13 anni giapponese, Naoki Higashida, autistico grave. Naoki si sforza di mostrare ai lettori i particolari meccanismi della sua mente: è una mente che si espone, che prova a spiegare al mondo le proprie “stranezze”, cercando di dare un senso e un “motivo” a quelle azioni e quei comportamenti incomprensibili a “voi normali”.
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Le cose che ho da dire.

(Ieri ho partecipato a un laboratorio di scrittura curato dalla scuola Holden e volevo condividere l’esercizio che mi hanno fatto fare sulla falsariga de “Le cose che ho da dire” di Sandro Veronesi)

lab. Holden

 

Ho da dire del vento che porta con sé profumi che avevi dimenticato e che non riesci comunque a mettere completamente a fuoco.

Ho da dire delle nuvole spumose che ti fanno inspiegabilmente venire voglia di gelato e dei colori aranciati del tramonto che riescono a scaldarti dentro anche se fa freddo.

Ho da dire dei riflessi nell’acqua che anche a fotografarli non vengono mai come avresti voluto.

Ho da dire della pioggia con il sole: lacrime di gioia del cielo.

Ho da dire di un bambino che ride quando gli racconti una storia buffa e di un adulto che si emoziona ancora quando gli ricordi che può volare.

Ho da dire degli amici lontani che tutto quello che vorresti dir loro è che ti mancano, ma non lo fai perché non vuoi essere pesante, e allora non dici niente.

Ho da dire quando una foto viene proprio come avresti voluto , anzi meglio o di quando rileggi quelle righe scritte mesi e mesi prima e non ti riconosci più in quelle parole.

Ho da dire di tutte quelle cose che non capisco ma delle quali mi faccio una ragione e dell’emozione che si cela nel creare qualcosa dal nulla.

Delle foglie che cadono a luglio e delle stagioni che una volta erano mezze ora un po’ a caso.

Ho da dire delle pagine bianche che hai paura di rovinarle a scriverci sopra.

Del pubblico che applaude e del silenzio immobile prima della tempesta.

Di quella cosa che sfugge e che non riesci a descrivere come vorresti e di quel piccione maledetto che ti caga sul maglione e lì sì che non ti sfugge quello che vorresti dirgli.

Ho da dire di quelle bellezze d’altri tempi in bianco e nero, che forse il colore a loro non sarebbe nemmeno servito.

Ho da dire grazie.

Ho da dire cose che ancora non so, ma che un giorno scoprirò.

 

#felicitainpillole 1 – Scrivere la felicità.

Raramente si scrive la felicità perché si è impegnati a viverla. O per lo meno così si dice. O magari ci pesa solo il culo, per dirla alla francese.

Le parole per descrivere la felicità, poi, sembrano sempre così stucchevoli. Tuttavia, il rischio è quello di scordarsele le cose belle e nei momenti più neri non vederle più. Inauguro la nuova rubrichetta/categoria #felicitàinpillole, molto simile a #100happydays, ma molto più random, perché non ho costanza in queste cose.

In mancanza di foto descrittiva dell’evento in questione, foto feliciona sostitutiva. (The Black Keys – Torino)

Il 24 maggio ho portato in scena il mio primo vero spettacolo fatto con e per i bambini: tratto da La Gabbianella e il Gatto.

Immagina con me.

Sabato mattina, ore 10. Tu sei in teatro dalle 8.30, che per essere sabato mattina è decisamente troppo presto. Ma lì, da dietro al sipario chiuso, senti la gente che comincia ad arrivare e a prendere posto e tu sei ancora intenta a truccarti con addosso un costume che decisamente non è il tuo colore (bianco? Ma stiamo scherzando?!? Eh, però la gabbianella nera mica la potevi fare), ma che le bambine il giorno prima hanno approvato a pieni voti.

Ooooohhh, ma come sei bella!!!” oppure “Chiara, lo sai che da grande voglio essere bella come te?

E te un po’ di sciogli e allora cosa vuoi dire a queste pesti dolcissime? I bambini sono la bocca della verità. Respiri a lungo. Cerchi di rilassarti, ma per fortuna non sei così nervosa come lo saresti stata per uno spettacolo normale, sei troppo impegnata a evitare che i bambini si uccidano o che si tirino direttamente le quinte in testa.

Si parte. Le quinte si aprono e i primi problemi tecnici alle luci si fanno notare (Molto bene. Datemi un teatro funzionante, ve ne prego!), ma prosegui come se niente fosse e fingi che serva tutto a rendere più drammatica la scena della morte di Kengha (che sei sempre tu, ma con un sacco nero dell’immondizia addosso a simulare il nero petrolio). Ma alla fine non sono i problemi tecnici o il sacco dell’immondizia che contano.

Ciò che conta è sentire i bambini in sala ridere e applaudire; è sapere che durante la scena finale [spoiler] quando Fortunata spicca il volo [/spoiler] il pubblico adulto si è commosso. E’ bastato poco: nulla questo spettacolo aveva delle grandi produzioni torinesi, ma l’immaginazione ha vinto anche questa volta. E poi niente. E poi BUIO. E poi inchino e poi palloncini, tantissimi palloncini tutti giù dal palco. E poi tutti i bambini del pubblico che volevano venire a conoscere e a salutare la gabbianella *_____*

Sembra niente, sembra poco, ma l’ho curato io dall’inizio alla fine questo spettacolo: pensato, adattato e riscritto, diretto, recitato. Tutto in poco meno di due mesi. Credo che portare a compimento un progetto ideato da sé, che riesca a trasmettere qualcosa (sia essa la tua visione dell’immaginario, la tua concezione del mondo o semplicemente il far sognare un po’) utilizzando un linguaggio così universale e fantastico come il teatro, sia un’emozione grandissima, che nemmeno sto qui a spiegare.

 

P.S. appena mi faranno avere le foto farò un aggiornamento.

Fine della corsa

Questa settimana, tra impegni vari di lavoro e teatro, l’ho dedicata alla lettura dell’opera prima di Fabrizio Casu “Fine della corsa” edito da Blonk.

Un noir senza sconti e senza vincitori; sullo sfondo la Sardegna, Nuoro. Uno sguardo disincantato, quasi feroce sull’Isola con le sue bellezze e i suoi panorami, con le persone piccole e le atmosfere asfittiche.

In pochi giorni la storia di un uomo. Dario, ragazzo comune, verrebbe da pensare: il classico ragazzo che non sente sua la propria terra natale, non si sente al proprio posto lì e, presumibilmente, non si sentirebbe a proprio agio nemmeno in alcun altro luogo. Disgustato dalla mediocrità dalla quale è attorniato e nella quale si sente soffocare, arrabbiato con la vita, mai stata troppo gentile con lui, e terrorizzato anche solo dal pensiero di venirne schiacciato: “Non ho chiesto tutto questo. Non ho chiesto di essere lasciato solo”. Troppo occupato a sentirsi abbandonato, ad essere incazzato con la vita, per riuscire a rendersi conto che forse così solo non è, che non è proprio semplice come immaginava e sperava fare tabula rasa e sradicarsi da quella che in fondo in fondo è casa propria e partire per sempre. Latitante. Come un criminale.

Ne “il giorno prima dell’ultimo giorno della propria [ndr. corsivo mio] vita”, gli occhi di Dario vagano per la Nuoro che disprezza, che osserva con distacco, quasi fosse un film, quasi fosse un narratore onnisciente al di sopra di tutto e di tutti. In quelle ultime 24 ore prima del grande colpo, è alla ricerca di molte risposte alle molte domande che gli affollano la mente: prima tra tutte “Come sono arrivato da una vita media all’idea di gettarmi in una rapina? Non trovo il punto di svolta. Ma ci deve essere stato da qualche parte”; si ritrova a confrontarsi con tutte le persone che lo amano e che, suo malgrado, si scopre ad amare. Cosa fare? Seguire imperterrito strade intraprese fino a quel momento o tornare indietro sui propri passi?

Fine della corsa, brillante, tagliente, come taglienti sono i dialoghi cinici, che tanto mi piacciono; ti prende, ti coinvolge e a tratti ti commuove. Non ci sono vinti, non ci sono vincitori, non ci sono giudizi morali di sorta, solo delle scelte e un passato che ha portato a compierle: la vita in fondo è questione di prospettive, di come ci si vede, di come ci si giudica, e proprio in base a questo si imboccano bivi diversi.

Vorrei tanto riportarvi qui sotto il brano che tanto mi ha fatta piangere, ma per ora lo tengo per me. Voi, nel frattempo, andate a leggervelo (QUI), che secondo me merita. Poi ne riparliamo qui sotto.