Project 52 – 9th week :: Jingle bell, jingle bell, jingle bell rock.

Presepe-albero di Chiara

Allora? Pronti con i regali? Fatti tutti? Io li concluderò con dei biscottini di pasta frolla a forma di pupazzo di neve e smile. Sì, ho uno stampino a forma di SMILE e non ho paura di usarlo.

Ad ogni modo quest’anno ho superato me stessa. Ho fatto un alberello bellissimo e mi sono messa anche qualche lucina in camera. Il fatto è che sono qui da sola (anche l’anno scorso, è vero, ma questa volta è diverso) e mi illudo che, magari con qualche luce in più e un po’ più di calore, io possa sentire meno la sua mancanza. Per ora non ha funzionato un granché, ma almeno le luci sono belle e mettono allegria.

One day I’ll fly away…

Flying to Manchester

Che poi uno forse ci fa poco caso, perché ormai volare è diventata la norma, ma cazzo, sei lì proprio sopra le nuvole, potresti quasi toccarle. Il suolo diventa piccino piccino, lontano lontano, anche se a dire il vero sei tu che diventi piccolo piccolo agli occhi di chi sta a terra. E niente, è stato il sogno dell’uomo per millenni e ora stai volando. E mica in un posto qualunque. E no. Voli al di sopra delle nuvole, in quel posto dove il cielo è sempre blu.

Ed è vero che “il cielo è sempre più blu”, perché più vai su più è blu.
E ti senti così minuscola, rispetto all’immensità dello spazio che hai sopra la testa. E’ un po’ come quando al mare ti sdrai sugli scogli con lo sguardo rivolto verso il cielo e le orecchie rivolte verso le onde che si infrangono sulle rocce.  Solo che ora non solo hai l’infinito che ti sovrasta, ma anche una discreta dose di infinito sulla quale poggi il culo; e nelle orecchie non senti più le onde, ma i Black Keys con Gold on the ceiling. Che poi, tutto sommato, non è male comunque.

L’ANGOLO DELLO WOW

Ma voi ve lo ricordate il corto della Pixar? Questo qui per intenderci.

Ecco io ho incontrato dal vivo una delle protagoniste. Era sicuramente lei.

Party Cloudy

Il cielo sopra Berlino

Per quanto me lo ricordi io il cielo sopra Berlino è sempre grigio; ma, in ogni caso, Berlino rappresenta il mio personalissimo paradiso in terra.

Esagerata! Ci sei stata solo 4 giorni.

Forse. Ma per me lo è stato davvero. E’ il MIO posto. Il posto dove mi sentirò sempre a casa.

Giuro, in quei quattro giorni ho sofferto come un cane, portandomi sul groppone gli strascichi di una delle influenze più pesanti che abbia mai avuto e non ho mangiato quasi nulla, eppure Berlino mi ha accolta e coccolata con le sue luci e i suoi giochi di colore. Nonostante i tre quarti della popolazione si ostini a non parlare inglese, i quartieri turchi abbondino di club notturni per soli uomini, il cielo quasi sempre perennemente grigio e gli orsi enormi che ti osservano in maniera sinistra mentre cammini per strada, quando scatta il buio è la cosa più bella che voi possiate immaginare. Tutto s’illumina e diventa magico. Il Sony Center, Alexander Platz, Postdammer Platz, gli Hackesche Höfe, l’Alte Nationalgalerie, il profumo della notte… Dev’essere stato proprio allora che ho deciso che avrei catturato, che avrei impresso tutti i colori del mondo nelle mie fotografia.

Ho una nostalgia tremenda di Berlino, come se fosse il mio grande amore e fosse costretto lontano da me, come se non potessi toccarlo, né abbracciarlo. Come se un giorno, quando tutto va in merda, ti ritrovassi per magia nel posto perfetto, nel tuo posto, nel posto che ti salverà l’esistenza. E Lei è proprio questo: il luogo che mi ha restituito la voglia di scoprire quanto ancora è bello il mondo.

Prima di morire una cosa sola voglio fare. Tornare a Berlino e fotografare ogni suo angolo.

L’attesa, la vita, il ricordo.

L’attesa.
L’attesa di entrare in scena. L’attesa di calcare quel palco e farlo tuo.

E ogni volta la domanda torna a tormentarti: “Ma perché?” Ed è precisamente la domanda che ti perseguiterà sempre come in un eterno ritorno in ogni ambito della vita. Già, PERCHE‘?
Perché proprio io?
Perché non posso essere una di quelle persone che spensierate se ne vanno a fare lunghe corse in bicicletta nei campi?
Perché devo stare qui con le budella che si contorcono a cercare di sciogliere la lingua impastata per l’ansia?
Perché devo sentirmi in bilico sul ciglio della mia sanità mentale ogni volta? Farcela o non farcela: questo è il dilemma.
E poi niente… in un attimo di lucidità, ti ricordi alcune cose fondamentali: che tu in fondo non ci vai mai in bicicletta; che se bevi e fai gli esercizi la lingua si scioglie; e che il dilemma non esiste perché l’unica cosa che ti è concesso fare, quando ormai sei lì, dietro le quinte, con il sipario chiuso e il brusio del pubblico che comincia a prendere posto, è andare avanti: la marcia indietro non esiste, non è contemplata nel piano. E tu lo sai. L’unica cosa da fare è respirare profondamente con il diaframma, cercando di non andare in iperventilazione, e ricordarsi che quelle persone, dietro al sipario lì con te, che ti hanno accompagnata fino adesso, hanno le tue medesime priorità: non fallire. E l’unico metodo per esorcizzare la paura è un grande e intenso abbraccio di gruppo: siamo lì per sostenerci a vicenda qualsiasi cosa accada.
E allora perché?
Beh, perché affettuosamente amo definirci degli egocentrici del cazzo, che non si permettono di esserlo nella vita reale ma che sublimano – direbbe Freud – in questa maniera sublime. E scusate il gioco di parole.
Il teatro siamo noi, il teatro è la stessa aria che respiriamo, il teatro è la vita. Avete mai fatto caso a come il teatro si presti a moltissime similitudini con la vita reale? Io sì, ed è una cosa incredibilmente impressionante.
E poi il sipario si apre. Silenzio. Attesa. Luci in faccia. E parti come se non avessi fatto altro in vita tua. Risate. Applausi a scena aperta. Risate. Tardone che commentano gli uomini in scena. Ancora risate. Ultima scena. Già?!? Non è possibile. Monologo finale. Inchino. Applausi. The courtains fall.
Vorrei avere delle piccole scatoline per contenere le emozioni che provo ogni volta: non dimenticarle mai, tenerle lì e riguardarmele di tanto in tanto, nasconderle dalla corruzione inesorabile delle cose, tenerle vive sempre.
E invece ora sono passate precisamente 24 ore e a me sembra sia passato un mese intero. Ma non credo dimenticherò mai l’emozione di aver ricevuto in prima persona un applauso a scena aperta. 
Vi voglio bene ragazzi.
Spacchiamo di brutto.
Backstage.

Un posto per un’idea

Se potessi scegliere chi diventare da grande sceglierei sicuramente l’autore di questa piccola favola. In due pagine è riuscito a parlare di me come non sarei mai riuscita a fare io in due tomi da mille pagine.
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Magari ho scoperto l’acqua calda, ma ultimamente ci sto riflettendo parecchio che tutto panta rei, tutto scorre, ed è tutto come la sabbia tra le dita. Scivola via, come i ricordi. E sì, è una cosa che sappiamo tutti: niente dura per sempre; ma ne avete mai avuta davvero la consapevolezza? Fa male. E accettarlo è un lavoro interiore lungo e difficile.
Per cui, per chi come me ha ritrovato questa consapevolezza come un pugno in pancia… beh, per loro, buon lavoro.

Apple Computer – Think Different

Questo film lo dedichiamo ai folli, agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane, a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Costoro non amano le regole, specie i regolamenti e non hanno alcun rispetto per lo status quo. Potete citarli o essere in disaccordo con loro, potete glorificarli o denigrarli; ma l’unica cosa che non potrete mai fare è ignorarli. Perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l’umanità. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.

 

Dario Fo