Il teatro è morto. Lo dicevano pure di Dio, ma a me sembra vivo e vegeto in ogni caso.

Cerchi così tanto la tua strada, ti affanni così tanto ad adattarti agli scenari e alle richieste del mondo, che alla fine, tu camaleontica creatura, non ti ricordi più di che colore sei nato. E non ti rendi conto che alla fine stai percorrendo quella strada da tanto, tanto tempo, ma non te n’eri mai accorto, ma averla vista adesso ti fa anche un po’ paura.

E’ facile (per così dire) farsi cullare dalle onde sbandando di qua e di là. Più difficile è scegliere un punto e arrivarci diretto. Metti che poi manchi il tiro? E se non ci arrivi? Fa paura, no?

Poi in un secondo ti fermi e realizzi che lo stai facendo da quasi 10 anni. Non so perché proprio quel giorno decidi di fermarti e realizzare. Però non può essere una coincidenza, dai. Forse è ora di prendere coraggio e farlo a livello professionale. No? Ok.

Ora bisogna solo capire come si fa.

Il teatro è morto, dicono. Lo dicevano pure di Dio, ma a me sembra vivo e vegeto in ogni caso. Vedo di fronte a me persone che sono riuscite a entrare nel circuito teatrale perché l’hanno creato il circuito teatrale e mi prende un po’ lo sconforto. Li guardo e vedo persone che hanno avuto il loro momento e sono entrati, ma erano gli anni ’70.

Io decisamente sono nata molto dopo e la mia è l’era del “Non ci sono fondi“, del “Ti paghiamo in visibilità“, del “ci sono problemi ben più grandi, i laboratori di teatro… lo può fare chiunque“. Li guardo e mi sembra incredibile riuscire a campare di teatro. Non dico diventare ricchi o agiati. Solo camparci, sopravvivere nella media dignità.

Dicheno che per risolvere problemi molto grandi bisogna suddividerli in problemi molto piccoli, quindi procediamo passo dopo passo. E ora?

Annunci

Inizi del tutto casuali.

Quando cominciai a studiare alla Piccola ero stanca, molto stanca.

Avevo bisogno di aria nuova, di gente nuova di un qualcosa che mi strappasse di dosso quel senso di soffocamento che spesso avverto quando mi rendo conto di vivere in un piccolo paese, dove le persone sono sempre le stesse e dove non puoi fare due passi senza pestare i piedi a qualcun altro, che ovviamente s’indigna e urla e strepita, perché “quello è il mio orticello, come osi! Non hai visto il recinto con il filo spinato?” Shame on you.

Non avevo mai sentito parlare del Teatro Ragazzi, devo essere sincera. Ma non ci ha messo molto a rivelarsi una di quelle strane coincidenze della vita che ti si parano davanti come un muro: puoi decidere di scansarle di netto o andarci a sbattere contro SBAAAM ovunque ti porterà quella via.

Ne ho sentite di ogni su questa particolare branca del teatro (ma non si tratta solo del teatro, la questione si ripropone per quasi tutto ciò che è rivolto ai ragazzi/bambini): chi lo ritiene un ripiego, chi cavalca l’onda ma non ci crede davvero, chi tratta i poveri bambini come un branco di decerebrati che si bevono la qualsiasi, chi se lo porta dentro, chi ci crede e ne fa uno stile di vita. Ma che sia l’una o che sia l’altra, io sono convinta che tutto ciò che è pensato per i bambini ha una intensità così profonda che se uno avesse il coraggio di farsi catturare ne verrebbe letteralmente travolto, come da un’onda particolarmente incazzata. Impossibile sfuggirle. Sì, perché i bambini hanno una grande profondità in un piccolo spazio: una profondità tascabile. wink wink

Ne erano convinti tanti di quei pensatori, tra cui Nietzsche per citare il più famoso, o R. W. Emerson per oltrepassare l’Oceano, o ancora Ermanno Bencivenga (con il suo articoloPlatone all’asilo e il suo libro bellissimo “Filosofia in 52 favole“) per citarne uno ancora vivo e vegeto. Tutti con le loro diverse sfumature di pensiero, chiaramente, ma il concetto è sempre lo stesso: i bambini hanno una loro potenzialità intrinseca non ancora costretta all’interno della società, sono ancora capaci di stupirsi, di immaginare, di collegare i puntini non seguendo i numeri suggeriti dalla settimana enigmistica.

Ecco, io volevo parlare di una cosa magica e figa e sono finita a parlare di potenzialità intrinseca e a citare gente morta. Apposto. Cinque anni di filosofia mi hanno mandato in pappa il cervello.

Ma quello che volevo dire per concludere è che io sicuramente sono una signorina nessuno nell’ambiente, ma sono molto innamorata. Questo lo posso dire con certezza assoluta.

E come si fa a tornare nel mondo reale, quello della sopravvivenza, delle bollette, dello stipendio a fine mese… una volta che ti sei innamorata?

Forse non ci torni. Forse resti qui e fai entrare il mondo reale nella tana del Bianconiglio un poco alla volta.

#felicitainpillole 1 – Scrivere la felicità.

Raramente si scrive la felicità perché si è impegnati a viverla. O per lo meno così si dice. O magari ci pesa solo il culo, per dirla alla francese.

Le parole per descrivere la felicità, poi, sembrano sempre così stucchevoli. Tuttavia, il rischio è quello di scordarsele le cose belle e nei momenti più neri non vederle più. Inauguro la nuova rubrichetta/categoria #felicitàinpillole, molto simile a #100happydays, ma molto più random, perché non ho costanza in queste cose.

In mancanza di foto descrittiva dell’evento in questione, foto feliciona sostitutiva. (The Black Keys – Torino)

Il 24 maggio ho portato in scena il mio primo vero spettacolo fatto con e per i bambini: tratto da La Gabbianella e il Gatto.

Immagina con me.

Sabato mattina, ore 10. Tu sei in teatro dalle 8.30, che per essere sabato mattina è decisamente troppo presto. Ma lì, da dietro al sipario chiuso, senti la gente che comincia ad arrivare e a prendere posto e tu sei ancora intenta a truccarti con addosso un costume che decisamente non è il tuo colore (bianco? Ma stiamo scherzando?!? Eh, però la gabbianella nera mica la potevi fare), ma che le bambine il giorno prima hanno approvato a pieni voti.

Ooooohhh, ma come sei bella!!!” oppure “Chiara, lo sai che da grande voglio essere bella come te?

E te un po’ di sciogli e allora cosa vuoi dire a queste pesti dolcissime? I bambini sono la bocca della verità. Respiri a lungo. Cerchi di rilassarti, ma per fortuna non sei così nervosa come lo saresti stata per uno spettacolo normale, sei troppo impegnata a evitare che i bambini si uccidano o che si tirino direttamente le quinte in testa.

Si parte. Le quinte si aprono e i primi problemi tecnici alle luci si fanno notare (Molto bene. Datemi un teatro funzionante, ve ne prego!), ma prosegui come se niente fosse e fingi che serva tutto a rendere più drammatica la scena della morte di Kengha (che sei sempre tu, ma con un sacco nero dell’immondizia addosso a simulare il nero petrolio). Ma alla fine non sono i problemi tecnici o il sacco dell’immondizia che contano.

Ciò che conta è sentire i bambini in sala ridere e applaudire; è sapere che durante la scena finale [spoiler] quando Fortunata spicca il volo [/spoiler] il pubblico adulto si è commosso. E’ bastato poco: nulla questo spettacolo aveva delle grandi produzioni torinesi, ma l’immaginazione ha vinto anche questa volta. E poi niente. E poi BUIO. E poi inchino e poi palloncini, tantissimi palloncini tutti giù dal palco. E poi tutti i bambini del pubblico che volevano venire a conoscere e a salutare la gabbianella *_____*

Sembra niente, sembra poco, ma l’ho curato io dall’inizio alla fine questo spettacolo: pensato, adattato e riscritto, diretto, recitato. Tutto in poco meno di due mesi. Credo che portare a compimento un progetto ideato da sé, che riesca a trasmettere qualcosa (sia essa la tua visione dell’immaginario, la tua concezione del mondo o semplicemente il far sognare un po’) utilizzando un linguaggio così universale e fantastico come il teatro, sia un’emozione grandissima, che nemmeno sto qui a spiegare.

 

P.S. appena mi faranno avere le foto farò un aggiornamento.

Il paese delle meraviglie.

Come Alice sono finita nel Paese delle Meraviglie.

E’ un mondo parallelo che avevo solo visto di sfuggita, ma ho varcato la soglia e temo (o spero, dipende dai punti di vista) non riuscirò più a uscirne. Come un bambino di fronte a un gelato gigante, io spalanco la bocca piena di stupore e l’unico suono che riesco a produrre è “OOOOOHHHH”

Questi ultimi tre mesi sono stati una girandola di emozioni senza sosta e non sto capendo più niente. Non vorrei fermarmi più. E in effetti non mi sono ancora fermata.

Vorrei scrivere un post per ogni cosa meravigliosa che mi è successa, ma in questo momento riesco solo a emettere dei versi che vanno dal “oooooooohhh” allo “waaaaooo”

Sarà che ho avuto due giorni incredibili.

Ho portato in scena la mia micro opera prima natalizia in occasione di una serata di beneficenza: vedere una cosa scritta da te prendere vita sotto i tuoi occhi, benché così breve, è un’emozione che… wow! Ho ancora negli occhi la commozione nel finale con il sottofondo di Ludovico Einaudi, e nelle orecchie gli applausi e quella piccola bambina bellissima che mi placca per dirmi: “Siete braviccimi”.

E poi sono ancora con la testa nell’oceano di Aquarium, uno spettacolo che definire creativo è un eufemismo. Quando si parla di magia del teatro non è un caso: ti porta via. Ti fa tornare bambina e – se sei addetta ai lavori – ti fa anche sentire piccolina in confronto alla bravura di chi sta là sopra e riesce a regalare ai bambini un po’ di quella fantasia che il mondo cerca in tutti i modi di portar via loro. Proprio come dice una battuta del mio micro spettacolo:

“Ehi! L’hai sentito Babbo Natale?!?”

“Ma Babbo Natale non esiste!”

“Shhhhhhhhhhh! Non dirlo. Ogni volta che qualcuno lo dice un bambino muore da qualche parte del mondo. Non puoi togliere l’infanzia a un bambino, così, senza pensarci.”

La cosa che più mi commuove in tutto questo è che la Casa del Teatro ragazzi è sempre piena e gli spettacoli sono sempre sold out. Ciò significa che ci sono genitori che portano i propri figli a teatro e, ve lo giuro, mi fa pensare che forse il mondo non è così orribile come sembra.

Sotto pelle.

Turin

Ci sono quelle persone che ti entrano dentro e non vanno più via. Soprattutto nel momento in cui devi lasciar loro la mano e continuare a camminare da sola.

Ci sono quelle persone a cui pensi ogni volta che fai un passetto in più sulla tua scala dell’autorealizzazione.

Sono persone che ti hanno dato tanto e che, nonostante non siano fisicamente presenti in un determinato istante, le senti più vicine che mai. Sono lì che ti tengono la mano sulla spalla nell’immaginario dei tuoi ricordi.

Sono persone che vorresti fossero fiere di te, ‘che non importa cosa pensano gli altri, se loro sono orgogliose, gli altri possono pure fottersi.

Sono persone che ti mancano quando finalmente riesci ad arrivare un po’ più in alto, ma  non puoi condividere insieme quel momento.

A volte lo sento nella testa, il mio maestro di teatro, che mi grida “Che cazzo stai facendo?” oppure “Mettici più impegno!” “Concentrati!” “Puoi fare meglio di così.”

Magari non sarà uno dei grandi nomi del teatro di Torino che nel curriculum suonano bene e che ti aprono tante porte, ma non è questo l’importante. Io sono fiera di aver avuto lui come maestro e me lo porto dentro tutti i giorni, anche se ora studio teatro con altri insegnanti.

Sì, lo so che può sembrare, ma NO, giuro che non è morto. E’ vivo e vegeto e fa il papà a tempo pieno adesso. Tuttavia, mi manca come non mai: tra un paio di settimane va in scena la mia prima regia e tutto ciò che vorrei è sapere che ho fatto bene e che lui è orgoglioso di me.

Seconda stella a destra…

E’ capitato poco tempo fa. Saranno due mesi, non ricordo con precisione. Mi hanno coinvolta in un progetto. All’inizio non ero convinta, volevo fuggire a Manchester il prima possibile. Ma alla fine mi sono fatta trascinare dal mio amore per il teatro e soprattutto per i musical e così sono rimasta. Ed eccomi qui.

Peter Pan

Clicca per accedere alla pagina FB

Volare è bello, ma si può sempre cadere: meglio averla una rete di sicurezza. Ed è così che entro in gioco io, la suggeritrice. Ma c’è da dire che sono stati così bravi che non hanno avuto bisogno di me.

E’ stata un’emozione grandissima. La sensazione di avere di fronte un teatro sold out (300 persone) un pubblico entusiasta e partecipativo e tanti bambini che si sono divertiti da morire è  meraviglioso. Ma soprattutto vedere l’impegno e la passione che questi ragazzi ci hanno messo (hanno provato per un anno e mezzo, due volte a settimana) e la perseveranza della regista/Peter Pan che è riuscita a mettere in piedi tutto questo dal nulla, è stato molto molto intenso. E non solo…

Si è voluto fare una sorpresa a tutti quanti e si è contattato Manuel Frattini, che così ha risposto:

Alla versione femminile del mio Peter Pan auguro di volare in alto. Fare uno spettacolo amatoriale non vuol dire farlo senza il cuore… Date vita a questo meraviglioso spettacolo usando tutto il vostro cuore. Vi auguro il meglio. In bocca al lupo, Manuel Frattini; o  se preferite Peter Pan.

Non vi dico i pianti. Un anno e mezzo di tensione e di sacrifici che scivolano via sotto forma di lacrime di gioia. E, nonostante fossi l’ultima arrivata, non ho potuto fare a meno di commuovermi. Ho pianto e abbracciato tutti anche io.

Quindi, GRAZIE. Grazie per avermi chiesto di accompagnarvi per un pezzetto di strada.

©Stefano Cantù

©Stefano Cantù

©Stefano Cantù

©Stefano Cantù

P.S. Sono ancora programmate due date a Villastellone (TO) l’8 e il 9 giugno, ore 21.