The show must go on.

La vita è autoreferenziale: essa, in ogni sua sfaccettatura, è un intersecarsi di rimandi e di richiami a questa o a quell’altra cosa.

Ho cominciato ad accorgermene nel momento stesso in cui misi piede su un palcoscenico: il teatro è una metafora perfetta della vita. Non sei lì a giocare, non hai la possibilità di rifare una scena venuta male. Una volta messo piede sul palco si comincia e buona la prima. Qualunque cosa succeda non ti è stata concessa la possibilità di riavvolgere il tempo: sali sul palco e fai del tuo meglio perché non avrai seconde occasioni; ma se commetti degli errori, indossa pure il tuo sorriso migliore e procedi, perché lo spettacolo deve continuare.

Altra perfetta metafora della vita è il disegno. Armati pure di matita, ma davanti ad un foglio bianco non c’è arma che tenga e si rimane paralizzati nell’insicurezza: è il confronto con il bianco, la pulizia, la perfezione di un foglio bianco carico di promesse. E se invece di migliorarlo con i tratti della mia matita, distruggessi la perfezione delle milioni di possibilità potenzialmente contenute nel suo candore? E’ la scelta tra le mille possibilità di fronte a noi, ben consci che la scelta di una cosa comporta lo scarto di un’altra. E allora, scegliere o no? Disegnare oppure no? Agire o evitare di fare alcunché e rimanere a guardare la vita che scorre?

Ma alla fine la differenza la fa la decisione che il foglio bianco non l’avrà vinta, che tutte le sue promesse non sono reali e, prendendo il coraggio a due mani, decidi di cominciare a disegnare il tuo avvenire, di scegliere di agire. E poi, nonostante la fatica e i dolori articolari, ti accorgi che sì, puoi sicuramente migliorare, ma che fino ad ora ciò che ha visto la luce non è niente niente male.

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Primo esperimento con la tavoletta grafica.

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#project52 – 20th week :: Preparativi.

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Erano giorni che sembrava che la città fosse stata presa in ostaggio dalla pioggia. Un ragguardevole numero di piccoli cerchi dai colori più disparati si muovevano come formiche avanti e indietro per le strade dando vita a fiumi di colori in entrambe le direzioni. A volte qualcuno scompariva per lasciare spazio a una testa umana che, giusto il tempo di chiudere l’ombrello e riuscire a ripararsi in un’automobile, puntualmente s’infradiciava.

IMG358Nel mezzo di quella fiumana di colori che si muovevano rapidi, un ombrello rosso fuoco si fermò. Una figurina minuta controllò un piccolo foglietto di carta che teneva in mano, mentre tutti la sorpassavano senza notarla. Eccolo, il numero 12. Un enorme portone di legno si affacciava su un cortile interno. Non era sicura fosse il posto giusto, quindi ricontrollò il suo biglietto. Eppure l’indirizzo era giusto. Strinse più forte a sé la borsetta e il suo prezioso contenuto che si portava appresso e varcò la soglia. Si ritrovò nel bel mezzo di un cortile a pianta quadrata ricoperto di candidi ciottoli circondato da un porticato. Che posto particolare.

Nella moltitudine di esercizi commerciali che si ritrovò a osservare individuò una piccola vetrina in fondo sulla sinistra e si avviò nella sua direzione. Non sapeva perché, ma era così anonima da darle la sensazione fosse esattamente quello che stava cercando. Salì una rampa di scale, si posizionò davanti alla vetrina e sbirciò all’interno.  Un bancone di legno cesellato era in bella vista proprio davanti ad una libreria ricolma di libri semi antichi ben rilegati. Era il posto giusto. Gli artigiani del libro non potevano che essere lì. Appoggiò l’ombrello gocciolante a terra lì fuori, aprì la porta e un campanellino tintinnò annunciando la sua presenza. Per un po’ non giunse nessuno e lei rimase lì ad aspettare. Poi dal nulla, come se niente fosse, comparve un signore alto, magro, dinoccolato, dal naso aquilino, con un cappello da pescatore e un grembiule da artigiano entrambi sgualciti.

La ragazza non disse niente, era troppo stupita da quell’apparizione così… così… particolare per proferire parola. Allora fu il libraio a interrompere il silenzio: “Posso esserle utile?” chiese con voce acuta, ma cordiale. Lei si riscosse dallo stupore. “ Ehm, sì. Dovrei far rilegare questa tesi.” Si avvicinò e appoggiò al bancone il contenuto della borsa che ancora stava tenendo stretta a sé. E dopo le formalità, relative alla scelta della copertina, del colore dell’intestazione e quant’altro, quello strano personaggio concluse consegnandole una ricevuta: “Passi domani a quest’ora.”

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E niente signori, ora ce l’ho proprio qui accanto a me. La mia tesi finita, stampata e rilegata. Sì, è anche per questo che la settimana scorsa il project è saltato. Chiedo perdono, ma i miei motivi erano più che validi. Lunedì provvederò alla firma del frontespizio e alla consegna in presidenza. Sono emozionatissima e ancora non ci credo. La fine di un periodo della mia vita.

E, nel caso ve lo steste chiedendo, sì, il libraio esiste veramente ed è proprio così come descritto: mi è sembrato di essere finita in un negozio a Diagon Alley. E no, io non sono una figurina minuta, ma almeno nella fantasia…

Waiting area.

Pensieri.

Pensieri.

Seduta sul letto, aveva una cosa sola da fare: aspettare. Fin da piccola tutti le avevano sempre fatto i complimenti per la sua pazienza e per il fatto di essere una persona posata. Beh, ora non riusciva più ad esserlo: era come se avesse atteso per troppo tempo di fare e ora non riuscisse più a stare ferma.

Come si fa a restare seduti e aspettare senza sentirsi in colpa o essere ossessionati? Il mondo intorno non si sarebbe certo fermato, sarebbe andato avanti veloce quanto prima; e lei doveva starsene seduta ad aspettare. E così, nella sua testa mille pensieri vorticavano come in una di quelle sfere di vetro con la neve, bastava scuoterle e la neve cominciava a turbinare in ogni direzione. L’unica differenza tra i suoi pensieri e quella neve fittizia era che, almeno per quest’ultima, c’era la certezza di un po’ di quiete alla fine. Sentiva quel non fare nulla come qualcosa di profondamente sbagliato, come se stesse dimenticando qualcosa, come se non stesse facendo abbastanza per raggiungere l’obiettivo.

E, nonostante  tutto, quello che le stavano chiedendo era aspettare. Una tortura.

#project52 – 13th week :: la lunga via verso le stelle.

Prendo regali apparentemente banali – come un quaderno con le stelline – e li trasformo per magia.

Era stata una lunga e bellissima giornata: bambini festanti si erano rincorsi durante tutto l’orario di apertura del circo, versi degli animali più disparati, risate, clown… Le ombre avevano cominciato ad allungarsi sul suolo a mano a mano che il sole calava; e il cielo aveva cominciato dipingersi di tanti puntini luminosi. Ben presto tutto si fece silenzioso. Tutto tranne un paio di palloncini. Erano gli ultimi due rimasti, non avevano forme strane, erano due semplici palloncini colorati e gonfiati ad elio, e nessun bambino li aveva scelti. Avevano preferito i palloncini dei Pokèmon o dei Gormiti a loro due.

“Uff, ma che noia stare appesi quassù tutto il giorno. Mai qualcosa di diverso, sempre qui ad aspettare di essere scelti e nessuno ci nota mai.”  disse quello rosso.

L’altro, blu, annuì.

“Ora mi metto qui, guardo in alto e mi concentro forte forte in direzione delle stelle” sentenziò Rosso.

“Ma io ho paura. E metti che poi volo via?!?” Blu, sembrava sinceramente spaventato.

“E beh?!? Non sarebbe meraviglioso?” rispose l’altro perplesso.

“No. Io non voglio.”

“Ma non li vedi tutti quei puntini luminosi? Non li vedi come luccicano? Chissà quanto sono belli da vicino.”

“Forse. Ma se poi non mi piacciono? E se volessi tornare indietro e non trovassi più la strada di casa?”

“E se invece ti piacessero ancora più di dove sei ora? Non lo scoprirai mai se rimani qui ancorato per sempre a questo gancio.”

“Preferisco, restare qui ad aspettare. Magari un giorno qualche bambino mi noterà”

“Oppure no, e rimarrai qui a sgonfiarti lentamente e immusonirti. E avrai passato tutta la tua vita ad aspettare.”

“Mi… mi dispiace, ma io ho troppa paura”

Ormai era chiaro che nessun’altra parola avrebbe potuto far cambiare idea a Blu, troppo spaventato dai SE e dai MA. “Come preferisci” concluse Rosso.

Nel mentre, aveva cominciato a dare dei forti strattoni al filo che lo teneva incatenato a terra, in modo da riuscire a conquistare la propria libertà. Il tutto sotto gli occhi attoniti di Blu.

Dai e dai, tira e tira, finalmente il nodo si sciolse. Rosso cominciò a salire sempre più in alto verso le sue adorate stelle, mentre Blu rimase lì in attesa di essere scelto. Rimase lì ad aspettare. Tic tac. Aspettare. Tic tac.