“Be formless. Shapeless. Like water. Water can flow or it can crash.”

Sapete, no, quando su un annuncio di lavoro viene richiesta una persona DINAMICA?

Credo di aver finalmente capito cosa vuol dire essere dinamici. Non nel senso richiesto negli annunci (nella maggioranza dei casi è un’inchiappettata che ti richiede di aprirti partita iva, tanto sei dinamico), ma nella vita, all’interno dell’universo. Pánta rêi, diceva Eraclito, tutto è in continuo divenire.

Lo sanno anche le rocce. Loro restano immobili e vengono intaccate da un processo che si chiama erosione. Ciò che resta immobile muore.

L’ho capito in questi giorni: stanno cambiando tante cose, non solo nel mondo, ma anche nel mio piccolo paese. Il cambiamento avanza e non tutti riescono ad accettarlo, nonostante il vecchio sia vittima di un’emorragia insanabile sotto gli occhi di tutti.

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Il teatro è morto. Lo dicevano pure di Dio, ma a me sembra vivo e vegeto in ogni caso.

Cerchi così tanto la tua strada, ti affanni così tanto ad adattarti agli scenari e alle richieste del mondo, che alla fine, tu camaleontica creatura, non ti ricordi più di che colore sei nato. E non ti rendi conto che alla fine stai percorrendo quella strada da tanto, tanto tempo, ma non te n’eri mai accorto, ma averla vista adesso ti fa anche un po’ paura.

E’ facile (per così dire) farsi cullare dalle onde sbandando di qua e di là. Più difficile è scegliere un punto e arrivarci diretto. Metti che poi manchi il tiro? E se non ci arrivi? Fa paura, no?

Poi in un secondo ti fermi e realizzi che lo stai facendo da quasi 10 anni. Non so perché proprio quel giorno decidi di fermarti e realizzare. Però non può essere una coincidenza, dai. Forse è ora di prendere coraggio e farlo a livello professionale. No? Ok.

Ora bisogna solo capire come si fa.

Il teatro è morto, dicono. Lo dicevano pure di Dio, ma a me sembra vivo e vegeto in ogni caso. Vedo di fronte a me persone che sono riuscite a entrare nel circuito teatrale perché l’hanno creato il circuito teatrale e mi prende un po’ lo sconforto. Li guardo e vedo persone che hanno avuto il loro momento e sono entrati, ma erano gli anni ’70.

Io decisamente sono nata molto dopo e la mia è l’era del “Non ci sono fondi“, del “Ti paghiamo in visibilità“, del “ci sono problemi ben più grandi, i laboratori di teatro… lo può fare chiunque“. Li guardo e mi sembra incredibile riuscire a campare di teatro. Non dico diventare ricchi o agiati. Solo camparci, sopravvivere nella media dignità.

Dicheno che per risolvere problemi molto grandi bisogna suddividerli in problemi molto piccoli, quindi procediamo passo dopo passo. E ora?

Inizi del tutto casuali.

Quando cominciai a studiare alla Piccola ero stanca, molto stanca.

Avevo bisogno di aria nuova, di gente nuova di un qualcosa che mi strappasse di dosso quel senso di soffocamento che spesso avverto quando mi rendo conto di vivere in un piccolo paese, dove le persone sono sempre le stesse e dove non puoi fare due passi senza pestare i piedi a qualcun altro, che ovviamente s’indigna e urla e strepita, perché “quello è il mio orticello, come osi! Non hai visto il recinto con il filo spinato?” Shame on you.

Non avevo mai sentito parlare del Teatro Ragazzi, devo essere sincera. Ma non ci ha messo molto a rivelarsi una di quelle strane coincidenze della vita che ti si parano davanti come un muro: puoi decidere di scansarle di netto o andarci a sbattere contro SBAAAM ovunque ti porterà quella via.

Ne ho sentite di ogni su questa particolare branca del teatro (ma non si tratta solo del teatro, la questione si ripropone per quasi tutto ciò che è rivolto ai ragazzi/bambini): chi lo ritiene un ripiego, chi cavalca l’onda ma non ci crede davvero, chi tratta i poveri bambini come un branco di decerebrati che si bevono la qualsiasi, chi se lo porta dentro, chi ci crede e ne fa uno stile di vita. Ma che sia l’una o che sia l’altra, io sono convinta che tutto ciò che è pensato per i bambini ha una intensità così profonda che se uno avesse il coraggio di farsi catturare ne verrebbe letteralmente travolto, come da un’onda particolarmente incazzata. Impossibile sfuggirle. Sì, perché i bambini hanno una grande profondità in un piccolo spazio: una profondità tascabile. wink wink

Ne erano convinti tanti di quei pensatori, tra cui Nietzsche per citare il più famoso, o R. W. Emerson per oltrepassare l’Oceano, o ancora Ermanno Bencivenga (con il suo articoloPlatone all’asilo e il suo libro bellissimo “Filosofia in 52 favole“) per citarne uno ancora vivo e vegeto. Tutti con le loro diverse sfumature di pensiero, chiaramente, ma il concetto è sempre lo stesso: i bambini hanno una loro potenzialità intrinseca non ancora costretta all’interno della società, sono ancora capaci di stupirsi, di immaginare, di collegare i puntini non seguendo i numeri suggeriti dalla settimana enigmistica.

Ecco, io volevo parlare di una cosa magica e figa e sono finita a parlare di potenzialità intrinseca e a citare gente morta. Apposto. Cinque anni di filosofia mi hanno mandato in pappa il cervello.

Ma quello che volevo dire per concludere è che io sicuramente sono una signorina nessuno nell’ambiente, ma sono molto innamorata. Questo lo posso dire con certezza assoluta.

E come si fa a tornare nel mondo reale, quello della sopravvivenza, delle bollette, dello stipendio a fine mese… una volta che ti sei innamorata?

Forse non ci torni. Forse resti qui e fai entrare il mondo reale nella tana del Bianconiglio un poco alla volta.

Il tempo per vivere.

Che poi uno dice che sono giorni in cui non ha neanche tempo per vivere e poi però ti vergogni a dirlo perché pensi a tutti quelli che vanno in ufficio dalle 8 alle 20.

Ok, forse sto esagerando, ma non è che conosca esattamente l’orario di un ufficio, non ci ho mai lavorato. So solo che corro a destra e a sinistra come una pazza, arrivo a sera che sono stanchissima e vorrei fare altre cose, tipo scrivere (ho in cantiere un lavoro insieme ad altre persone su dei calzini), tipo – che ne so – leggere per dirne un’altra. E invece crollo sfinita.

Non riesco nemmeno a finire una puntata di un telefilm: sono tre giorni che ci provo e… ploff… mi addormento. Niente da fare.

Ieri, ad esempio, sono uscita di casa alle 7 e sono tornata alle 23. E però mi vergogno a lamentarmi magari a fine giornata perché sono stanca, perché ho fatto la trottola tutto il giorno. Sì, mi vergogno a dire che non ho neanche il tempo di vivere, perché poi invece è proprio quello che sto facendo. Vivere.

Il motivo per cui salto

Q25 PERCHE’ SALTI?

Che cosa provo, secondo voi quando mi metto a saltare su e giù, battendo le mani? Penserete che dietro il mio viso felice in realtà non ci siano grandi sensazioni, ci scommetto.

E invece sì, e quando salto è come se toccassi il cielo. Il mio bisogno di essere inghiottito dal cielo è così forte che il cuore mi batte forte sul serio. Riesco a sentire molto bene le parti del mio corpo: le gambe che spingono, le mani che applaudono. E questo mi fa stare benissimo.

Dunque è per questo che salto. […] Io reagisco fisicamente alla felicità o alla tristezza. Perciò, quando accade qualcosa che mi tocca emotivamente, il mio corpo si irrigidisce come se fosse stato colpito da un fulmine.

Non è che i miei muscoli si induriscano davvero. Piuttosto, non sono libero di muovermi come vorrei. Saltando, in pratica cerco di sciogliere le corde che legano il mio corpo. Mi sento più leggero, e penso che ci sia un motivo preciso se il mio fisico è attratto dal cielo: provo il desiderio di trasformarmi in un uccello, per poter volare verso qualche posto lontano.

Invece, costretto come sono da me stesso e dalle persone intorno a me, posso soltanto cinguettare, sbattere le ali e saltellare in una gabbia. Ah, se solo potessi spiccare il volo e lanciarmi nel blu, lassù, volando lontano, oltre le colline!

Naoki Higashida, Il motivo per cui salto

Cinquantotto domande e altrettante risposte, per svelare al mondo i misteri dell’autismo: a interrogarsi è un ragazzo di 13 anni giapponese, Naoki Higashida, autistico grave. Naoki si sforza di mostrare ai lettori i particolari meccanismi della sua mente: è una mente che si espone, che prova a spiegare al mondo le proprie “stranezze”, cercando di dare un senso e un “motivo” a quelle azioni e quei comportamenti incomprensibili a “voi normali”.

Behind blue eyes

S-1

Sofia ha 4 anni. Ha un nome bellissimo e se mai avrò una figlia mi piacerebbe chiamarla così: Sophia o Sofì,  alla francese. E che si facciano curare quelli secondo cui se hai fatto filosofia e vuoi chiamare tua figlia Sophia, devi essere per forza un cretino.

Ad ogni modo, Sofia ha due occhi azzurri, ma così azzurri che sembra di guardare il mare della Sardegna, ha dei bellissimi riccioli biondi raccolti in un piccolo codino alto che ricadono in due piccoli boccoli sulla fronte, mentre la parte sinistra del cranio è quasi completamente rasata. Siamo alternative noi. La maggior parte delle volte i suoi occhi ridono e ha un’espressione da appena-ti-distrai-te-ne-combino-una-che-vedi. E’ una bambina veramente simpatica e ti fa ridere un sacco con quei suoi due occhi espressivi.
Sofia adora il suo ciuccio e non vorrebbe lasciarlo mai, come anche i suoi giochini. Ama andare a scuola e giocare con le sue compagne del cuore.

Sofia appena nata ha avuto un’encefalite e ora è sulla sedia a rotelle, dovrà cominciare una terapia per tenere sotto controllo l’epilessia ed è sorda, ha un impianto ad induzione magnetica per poter sentire il mondo che la circonda ma a volte è davvero troppo, rumoroso, troppo bombardante… troppo. Preferisce allora stare nel suo mondo silenzioso. Sofia riesce a coordinare una manina sola, con la quale si gestisce il suo ciuccio e il suo biberon al mattino. Non la conosco ancora bene, ma quest’anno avrò tutto il tempo. Sono sicura che andremo d’accordo.

E quindi è così, a volte dietro due occhi azzurri, si nascondono cose che non ci si aspetterebbe, dovreste saperlo ormai, se mi leggete da un po’. Sono così belli che viene da chiedersi come sia possibile. Come sia davvero ingiusto. E invece succede. Anche troppo spesso per i miei gusti, ma è così. Però poi lei ride, si scompiscia dal ridere quando le fai le bolle di sapone, ha le sue compagnucce che le vogliono un sacco di bene, si tranquillizza quando la prendi in braccio e sente il tuo respiro… e per poche ore al giorno i miei problemi sembrano finalmente così miseri. I problemi tornano nella giusta prospettiva.

Ah sì, a Sofia piacciono le coccole. Come a tutti i bambini del resto. E allora? Beh, riusciresti a dire di no a due occhioni così?!?