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I swear, I lived.

Spero che quando spiccherai quel salto tu non senta la caduta,  spero che quando l’acqua salirà tu riesca a costruire un muro, spero che quando la folla griderà stia gridando proprio il tuo nome, spero che quando correranno via tu sceglierai di restare.

Spero che tu ti innamori e ti faccia così tanto male, perché è l’unico modo in cui tu possa capire di aver dato tutto ciò che avevi. Spero che tu non soffra ma che che tenga stretto il dolore.

Spero che quando il momento arriverà tu possa dire “Ho fatto tutto,  ho fatto mio ogni singolo istante che il mondo potesse donarmi. Ho visto così tanti luoghi, fatto tante di quelle cose… Sì, ora ho tutte le ossa rotte, ma giuro che ho vissuto.”

Spero che i tuoi giorni scorrano e che ti lascino qualcosa, e quando il sole scenderà spero alzerai il calice. Vorrei essere il testimone di tutta la tua gioia e di tutto il tuo dolore, ma finché non verrà il mio momento dirò:

“Ho fatto tutto,  ho fatto mio ogni singolo istante che il mondo potesse donarmi. Ho visto così tanti luoghi, fatto così tante cose… Sì, ora ho tutte le ossa rotte, ma giuro che ho vissuto.”

Tradotto e adattato liberamente da “I lived” degli One Republic

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Il teatro è morto. Lo dicevano pure di Dio, ma a me sembra vivo e vegeto in ogni caso.

Cerchi così tanto la tua strada, ti affanni così tanto ad adattarti agli scenari e alle richieste del mondo, che alla fine, tu camaleontica creatura, non ti ricordi più di che colore sei nato. E non ti rendi conto che alla fine stai percorrendo quella strada da tanto, tanto tempo, ma non te n’eri mai accorto, ma averla vista adesso ti fa anche un po’ paura.

E’ facile (per così dire) farsi cullare dalle onde sbandando di qua e di là. Più difficile è scegliere un punto e arrivarci diretto. Metti che poi manchi il tiro? E se non ci arrivi? Fa paura, no?

Poi in un secondo ti fermi e realizzi che lo stai facendo da quasi 10 anni. Non so perché proprio quel giorno decidi di fermarti e realizzare. Però non può essere una coincidenza, dai. Forse è ora di prendere coraggio e farlo a livello professionale. No? Ok.

Ora bisogna solo capire come si fa.

Il teatro è morto, dicono. Lo dicevano pure di Dio, ma a me sembra vivo e vegeto in ogni caso. Vedo di fronte a me persone che sono riuscite a entrare nel circuito teatrale perché l’hanno creato il circuito teatrale e mi prende un po’ lo sconforto. Li guardo e vedo persone che hanno avuto il loro momento e sono entrati, ma erano gli anni ’70.

Io decisamente sono nata molto dopo e la mia è l’era del “Non ci sono fondi“, del “Ti paghiamo in visibilità“, del “ci sono problemi ben più grandi, i laboratori di teatro… lo può fare chiunque“. Li guardo e mi sembra incredibile riuscire a campare di teatro. Non dico diventare ricchi o agiati. Solo camparci, sopravvivere nella media dignità.

Dicheno che per risolvere problemi molto grandi bisogna suddividerli in problemi molto piccoli, quindi procediamo passo dopo passo. E ora?

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Un carnevale… delle meraviglie.

Carnevale? Ma ancora? E’ stato settimane e settimane fa, direte voi.

E INVECE NO. Ieri abbiamo partecipato alla nostra ultima sfilata dell’anno. Per il nostro carro viaggiatore, per lo meno. Da voi ci sono ancora sfilate o siete tutti come il mio paesino che “in Quaresima non sia mai, per carità!“?

Per quanto la confusione carnevalesca non sia nelle mie corde, lo sono molto di più le fotografie che posso fare in quei giorni e che non avrei occasione di fare in nessun altro periodo dell’anno.

Quando mai potrei far piombare un aquila gigante su un Castello se non a carnevale?

O catturare la magia di uno sguardo.

E’ quel momento dell’anno che non importa se tu sia nero, giallo, bianco o coniglio. Si balla e ci si lancia coriandoli.

Si diventa galanti.

O si è Deejay in una tazza sospesa nel vuoto.

Per altre foto potete curiosare qui oppure qui.

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Inizi del tutto casuali.

Quando cominciai a studiare alla Piccola ero stanca, molto stanca.

Avevo bisogno di aria nuova, di gente nuova di un qualcosa che mi strappasse di dosso quel senso di soffocamento che spesso avverto quando mi rendo conto di vivere in un piccolo paese, dove le persone sono sempre le stesse e dove non puoi fare due passi senza pestare i piedi a qualcun altro, che ovviamente s’indigna e urla e strepita, perché “quello è il mio orticello, come osi! Non hai visto il recinto con il filo spinato?” Shame on you.

Non avevo mai sentito parlare del Teatro Ragazzi, devo essere sincera. Ma non ci ha messo molto a rivelarsi una di quelle strane coincidenze della vita che ti si parano davanti come un muro: puoi decidere di scansarle di netto o andarci a sbattere contro SBAAAM ovunque ti porterà quella via.

Ne ho sentite di ogni su questa particolare branca del teatro (ma non si tratta solo del teatro, la questione si ripropone per quasi tutto ciò che è rivolto ai ragazzi/bambini): chi lo ritiene un ripiego, chi cavalca l’onda ma non ci crede davvero, chi tratta i poveri bambini come un branco di decerebrati che si bevono la qualsiasi, chi se lo porta dentro, chi ci crede e ne fa uno stile di vita. Ma che sia l’una o che sia l’altra, io sono convinta che tutto ciò che è pensato per i bambini ha una intensità così profonda che se uno avesse il coraggio di farsi catturare ne verrebbe letteralmente travolto, come da un’onda particolarmente incazzata. Impossibile sfuggirle. Sì, perché i bambini hanno una grande profondità in un piccolo spazio: una profondità tascabile. wink wink

Ne erano convinti tanti di quei pensatori, tra cui Nietzsche per citare il più famoso, o R. W. Emerson per oltrepassare l’Oceano, o ancora Ermanno Bencivenga (con il suo articoloPlatone all’asilo e il suo libro bellissimo “Filosofia in 52 favole“) per citarne uno ancora vivo e vegeto. Tutti con le loro diverse sfumature di pensiero, chiaramente, ma il concetto è sempre lo stesso: i bambini hanno una loro potenzialità intrinseca non ancora costretta all’interno della società, sono ancora capaci di stupirsi, di immaginare, di collegare i puntini non seguendo i numeri suggeriti dalla settimana enigmistica.

Ecco, io volevo parlare di una cosa magica e figa e sono finita a parlare di potenzialità intrinseca e a citare gente morta. Apposto. Cinque anni di filosofia mi hanno mandato in pappa il cervello.

Ma quello che volevo dire per concludere è che io sicuramente sono una signorina nessuno nell’ambiente, ma sono molto innamorata. Questo lo posso dire con certezza assoluta.

E come si fa a tornare nel mondo reale, quello della sopravvivenza, delle bollette, dello stipendio a fine mese… una volta che ti sei innamorata?

Forse non ci torni. Forse resti qui e fai entrare il mondo reale nella tana del Bianconiglio un poco alla volta.

il tempo per vivere

Il tempo per vivere.

Che poi uno dice che sono giorni in cui non ha neanche tempo per vivere e poi però ti vergogni a dirlo perché pensi a tutti quelli che vanno in ufficio dalle 8 alle 20.

Ok, forse sto esagerando, ma non è che conosca esattamente l’orario di un ufficio, non ci ho mai lavorato. So solo che corro a destra e a sinistra come una pazza, arrivo a sera che sono stanchissima e vorrei fare altre cose, tipo scrivere (ho in cantiere un lavoro insieme ad altre persone su dei calzini), tipo – che ne so – leggere per dirne un’altra. E invece crollo sfinita.

Non riesco nemmeno a finire una puntata di un telefilm: sono tre giorni che ci provo e… ploff… mi addormento. Niente da fare.

Ieri, ad esempio, sono uscita di casa alle 7 e sono tornata alle 23. E però mi vergogno a lamentarmi magari a fine giornata perché sono stanca, perché ho fatto la trottola tutto il giorno. Sì, mi vergogno a dire che non ho neanche il tempo di vivere, perché poi invece è proprio quello che sto facendo. Vivere.

a colori

A colori

Ieri ho rimesso piede in università. Sono andata a trovare alcune amiche che da quando mi sono laureata avrò visto giusto un paio di volte. Troppo poco. Decisamente troppo poco. Loro hanno continuato a studiare, io no: il solo pensiero di passare un altro giorno lì dentro mi faceva venire la nausea. Un amore troppo intenso sfociato in una repulsione altrettanto intensa. E niente tutto è rimasto incredibilmente uguale. Tutto assolutamente immobile.

Facce fisiologicamente nuove (le matricole), ma identiche alle nostre di tanto tempo fa, facce sempre identiche, dinamiche che non cambiano mai, spocchiosi sempre più spocchiosi, professori sempre gli stessi. Ed è strano pensare che una volta passavo tutto il mio tempo lì dentro, dalle 9 alle 18 al secondo piano di Palazzo Nuovo. Passavo lì dentro così tanto tempo che avrei tranquillamente potuto confondermi con la tappezzeria.

Se penso alla mia vita di adesso quasi non ci credo. Non tornerei indietro, questo è sicuro. Non è rimpianto, ma il passato è passato: tutto scorre e ogni cosa ha il suo tempo. Ora va tutto a velocità supersonica, è tutto colorato, tutto nuovo, tutto incredibile.

Ma cambierà tutto ancora. E ancora. E ancora.

Are you ready?