#project52 – 38th week :: Reperti archeologici

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Museo del cinema. Io e una mia amica siamo andate a visitare la mostra di Scorsese. Ci ritroviamo di fronte ad una foto ritraente Steven Spielberg, George Lucas e Martin Scorsese.

Amica: “Non lo conosco questo George Lucas.”

Ho avuto un’improvvisa voglia di salire fin sulla cima della Mole Antonelliana e gettarmi di sotto. O spingere giù lei, in alternativa.

E se ti chiedessero di restare?

Guardavo Vacanze Romane per la prima volta (sì, sono giunta all’età di 23 anni senza aver mai visto Roman Holiday, mi fustigherò per questo; sono una delle poche persone, credo, ancora in grado di stupirsi per il finale di un film degli anni ’50) e sono giunta al punto della pellicola in cui i due protagonisti si trovano nella stanza di Joe e lei sa che deve andare via, i suoi doveri glielo impongono, ma non sa proprio come prendere congedo.

Nei suoi occhi si legge tutta la malinconia di un sogno fugace, di un desiderio sfiorato con la punta delle dita, ma impossibile da afferrare.

Sono una brava cuoca, potrei guadagnarmi da vivere, so anche stirare, tenere in ordine la casa. Invece, tutte cose sprecate: non ho mai l’occasione di farle per nessuno”, “Beh, se è così, cambierò casa, cercherò un appartamento con la cucina”, “Sì…”

E’ stato un attimo. Era proprio lì, un’immagine vivida nella mente carica di speranze e aspettative. Un attimo. Lo sguardo si abbassa. No, non succederà mai. E poi l’inesorabile “Ora devo andare” sussurrato con tono poco convinto, perché nessuno mai se ne vuole andare davvero. L’ultimo abbraccio. Un abbraccio che ricorda molto l’omonima opera di Schiele, che mi ha sempre colpito per la forza che riesce a trasmettere con le sue pennellate. Un abbraccio che sembra voler dire ti prego, non farmi andare via.

Scena vissuta e rivissuta in molteplici occasioni. Alla fin fine sono sempre io quella che in un modo o nell’altro si ritrova costretta a prendere la porta e ad andarsene. Non è perché non me ne vada mai bene una, beninteso, semplicemente non ho mai trovato nessuno che mi abbia chiesto davvero di restare. Perché in fondo nessuno se ne vuole mai andare davvero. Nemmeno io, nonostante tutto.

Sucker Punch

A parte il contributo di Vanessa Hudgens assolutamente insignificante, ma vabbè… ecco un film palesemente creato da un nerd, che è la pace dei sensi dei semiotici del cinema con tendenze nerd.

no, non sono una semiotica del cinema, ma ci sono finezze, rimandi che ho captato anche io. Geniale!

Come diceva il mio professore di semiotica, quando si va a vedere un film ci sono diversi livelli di lettura dell’opera a seconda della sensibilità dello spettatore. Ecco, io direi che questo è un film in cui bisognerebbe trascendere le protagoniste troppo poco vestite, gli effetti visivi digitali estremi stile videogioco (anche se a me sono piaciuti, forse per la mia famigliarità con i videogame quali tekken, poi altri a cui non ho mai giocato ma che ho riconosciuto subito quali Final Fantasy, Doungeons&Dragons ecc…) e dedicarsi ai diversi piani di narrazione, provvisti di rimandi simbolici l’uno all’altro mai lasciati al caso.

Sì, a circa metà ha mollato un po’ il ritmo, ma vabbè poi si è ripreso; e forse non mi ha coinvolto eccessivamente a livello emotivo come invece ha fatto con i miei compagni di visione, ma ne ho ammirati i pregi.

Anzomma… dire che lo stile è sopra la sostanza a me pare eccessivo; sì, forse possiamo definirlo un grande esercizio di stile, ma a me la storia ha colpito e oserei dire parecchio.

La stessa medaglia

Negli ultimi tempi, passavamo buona parte della notte abbracciati nel letto. Lasciava la persiana alzata in modo che la luce della luna filtrasse attraverso le tende perché diceva che creava atmosfera e io potevo vederlo quando socchiudevo gli occhi e sapevo che era lì con me. Mi accarezzava i capelli e io ero accoccolata sul suo petto. Ogni volta. Ma proprio mentre ero lì così, in questo angolo di paradiso, non riuscivo a non piangere.
Ero al massimo grado di felicità che io avessi mai provato e piangevo senza riuscire a controllarmi. A volte cercavo di nasconderlo, ma era tutto inutile, mi scopriva sempre. Dio, quanto sembra stupido a ripensarci.
O forse no.
La nostra è una condanna. Quando il tuo cuore stracolma di felicità, una felicità che non sei in grado di contenere, che l’unico modo che avresti per controllarla sarebbe urlare al mondo quello che senti… proprio in quel preciso istante, qualcosa si rompe, sale in gola, e cresce in maniera quasi proporzionale un altrettanto dolore alla consapevolezza che tutto questo finirà di lì a breve. Ed è tutto lì, parte dal cuore, sale la gola e intacca le corde vocali, e qualsiasi cosa tu stessi per dire muore in un singhiozzo. Qualsiasi pensiero tu stessi per articolare svanisce e la vista si annebbia e le lacrime scendono calde, sulle guance e sul suo petto.
E non so, ma forse è nostro destino che felicità e tristezza siano così spaventosamente fusi insieme, quasi come fossero la stessa cosa. Come una condanna a non essere mai veramente felici davvero.

– Va bene, allora… parlo?

– Sì

– Ehilà, ciao. Sono Maggie Murdock e, bene, ho fatto del sesso fantastico con… com’è che ti chiami?

– Oh, terribile…

– Jamie e qualcos’altro. E stiamo filmando così lui si ricorderà per sempre quanto sono sexy. Ero. Bambini, se lo state guardando, rimettetelo subito nel nascondiglio segreto, o ve ne pentirete. Ci saranno conseguenze. Che altro? Mmmm… Solo quanto sono felice. Ora in questo momento, proprio ora [ndr. vedo il sorriso più triste che abbia mai visto], con la luce che ti illumina il viso, arriva una leggera brezza da una finestra e non importa se avrò altri 10.000 momenti come questo o soltanto questo perché è tutto lo stesso. Sì, solo questo: ora, in questo momento. Io ho questo.

Love and other drugs