#felicitainpillole 1 – Scrivere la felicità.

Raramente si scrive la felicità perché si è impegnati a viverla. O per lo meno così si dice. O magari ci pesa solo il culo, per dirla alla francese.

Le parole per descrivere la felicità, poi, sembrano sempre così stucchevoli. Tuttavia, il rischio è quello di scordarsele le cose belle e nei momenti più neri non vederle più. Inauguro la nuova rubrichetta/categoria #felicitàinpillole, molto simile a #100happydays, ma molto più random, perché non ho costanza in queste cose.

In mancanza di foto descrittiva dell’evento in questione, foto feliciona sostitutiva. (The Black Keys – Torino)

Il 24 maggio ho portato in scena il mio primo vero spettacolo fatto con e per i bambini: tratto da La Gabbianella e il Gatto.

Immagina con me.

Sabato mattina, ore 10. Tu sei in teatro dalle 8.30, che per essere sabato mattina è decisamente troppo presto. Ma lì, da dietro al sipario chiuso, senti la gente che comincia ad arrivare e a prendere posto e tu sei ancora intenta a truccarti con addosso un costume che decisamente non è il tuo colore (bianco? Ma stiamo scherzando?!? Eh, però la gabbianella nera mica la potevi fare), ma che le bambine il giorno prima hanno approvato a pieni voti.

Ooooohhh, ma come sei bella!!!” oppure “Chiara, lo sai che da grande voglio essere bella come te?

E te un po’ di sciogli e allora cosa vuoi dire a queste pesti dolcissime? I bambini sono la bocca della verità. Respiri a lungo. Cerchi di rilassarti, ma per fortuna non sei così nervosa come lo saresti stata per uno spettacolo normale, sei troppo impegnata a evitare che i bambini si uccidano o che si tirino direttamente le quinte in testa.

Si parte. Le quinte si aprono e i primi problemi tecnici alle luci si fanno notare (Molto bene. Datemi un teatro funzionante, ve ne prego!), ma prosegui come se niente fosse e fingi che serva tutto a rendere più drammatica la scena della morte di Kengha (che sei sempre tu, ma con un sacco nero dell’immondizia addosso a simulare il nero petrolio). Ma alla fine non sono i problemi tecnici o il sacco dell’immondizia che contano.

Ciò che conta è sentire i bambini in sala ridere e applaudire; è sapere che durante la scena finale [spoiler] quando Fortunata spicca il volo [/spoiler] il pubblico adulto si è commosso. E’ bastato poco: nulla questo spettacolo aveva delle grandi produzioni torinesi, ma l’immaginazione ha vinto anche questa volta. E poi niente. E poi BUIO. E poi inchino e poi palloncini, tantissimi palloncini tutti giù dal palco. E poi tutti i bambini del pubblico che volevano venire a conoscere e a salutare la gabbianella *_____*

Sembra niente, sembra poco, ma l’ho curato io dall’inizio alla fine questo spettacolo: pensato, adattato e riscritto, diretto, recitato. Tutto in poco meno di due mesi. Credo che portare a compimento un progetto ideato da sé, che riesca a trasmettere qualcosa (sia essa la tua visione dell’immaginario, la tua concezione del mondo o semplicemente il far sognare un po’) utilizzando un linguaggio così universale e fantastico come il teatro, sia un’emozione grandissima, che nemmeno sto qui a spiegare.

 

P.S. appena mi faranno avere le foto farò un aggiornamento.

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