#project52 – 21st week :: Conti in sospeso.

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Lì, al riparo del suo ombrellone, non sembrava nemmeno di essere ancora in città. Beh, certo l’avere a propria disposizione un terrazzo al decimo piano aiutava notevolmente a ridurre i rumori del traffico. Non aveva mai avuto modo di assaporare le piccole gioie del possedere un attico: erano le sue prime vere ferie da anni. Certo, sarebbe suonato molto meno stacanovista se avesse potuto attribuire tutta la colpa al suo lavoro: questo dannato lavoro, è una maledizione; ma la verità era che non amava particolarmente starsene con le mani in mano: troppe cose su cui rimuginare, troppi pensieri contro i quali sbattere la testa. Eppure questa volta non le avevano lasciato molta scelta: il capo le aveva intimato di starsene a casa a riposare e aveva aggiunto che se avesse rimesso piede in ufficio avrebbe chiamato la sicurezza. Naturalmente scherzava. Forse. Non aveva esattamente sorriso, come se avesse pronunciato una battuta. La soluzione migliore era non contraddirlo. Ora l’unica cosa che poteva fare era passeggiare, correre, leggere, prendere il sole. Tutto sommato, poteva anche andarle peggio. E così, armata di occhiali da sole matita e taccuino, si trascinò sul terrazzo una mezza dozzina di libri.

Quasi poteva sentire la voce di Scott dentro la sua testa: “Ma che diavolo te ne fai di tutti quei libri? Mica avrai intenzione di leggerli in un pomeriggio. E rilassati una volta tanto, o morirai di stress.”

“Non rompere, ho dei grandi problemi decisionali.”

E anche quella volta – sì, anche senza Scott – si era ritrovata a portarsi dietro un quarto di scaffale della sua libreria. Li appoggiò sul tavolino all’ombra  proprio accanto alla caraffa di tè con ghiaccio e li fissò. Era solita fissarli intensamente per vedere se qualcuno tra loro le avrebbe sussurrato prima o poi: “Eccomi! Sono qui. Sono io quello che cerchi.” Chissà perché non accadeva quasi mai. Tutta colpa della compulsione con cui acquistava libri ogni volta che metteva piede in una libreria. Bibliofilia, l’avevano chiamata i suoi amici. Beh, grazie mille, ora che lo sapeva si sentiva davvero molto meglio. Certo, come no. Lei era invece più incline a pensare fosse una sorta di mania ossessivo-compulsiva.

E poi, sedendosi e rivolgendosi ai suoi cartacei interlocutori con la lingua tra i denti per lo sforzo di concentrazione, “Va bene, e ora a noi.”

Il ghiaccio del tè si scioglieva e lei era lì immobile a fissare il dorso delle copertine con uno sguardo alla Mezzogiorno di Fuoco.

Dall’appartamento squillò il telefono.

“Vi è andata bene. Ma c’è ancora una questione in sospeso tra noi.”

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