L’attesa, la vita, il ricordo.

L’attesa.
L’attesa di entrare in scena. L’attesa di calcare quel palco e farlo tuo.

E ogni volta la domanda torna a tormentarti: “Ma perché?” Ed è precisamente la domanda che ti perseguiterà sempre come in un eterno ritorno in ogni ambito della vita. Già, PERCHE‘?
Perché proprio io?
Perché non posso essere una di quelle persone che spensierate se ne vanno a fare lunghe corse in bicicletta nei campi?
Perché devo stare qui con le budella che si contorcono a cercare di sciogliere la lingua impastata per l’ansia?
Perché devo sentirmi in bilico sul ciglio della mia sanità mentale ogni volta? Farcela o non farcela: questo è il dilemma.
E poi niente… in un attimo di lucidità, ti ricordi alcune cose fondamentali: che tu in fondo non ci vai mai in bicicletta; che se bevi e fai gli esercizi la lingua si scioglie; e che il dilemma non esiste perché l’unica cosa che ti è concesso fare, quando ormai sei lì, dietro le quinte, con il sipario chiuso e il brusio del pubblico che comincia a prendere posto, è andare avanti: la marcia indietro non esiste, non è contemplata nel piano. E tu lo sai. L’unica cosa da fare è respirare profondamente con il diaframma, cercando di non andare in iperventilazione, e ricordarsi che quelle persone, dietro al sipario lì con te, che ti hanno accompagnata fino adesso, hanno le tue medesime priorità: non fallire. E l’unico metodo per esorcizzare la paura è un grande e intenso abbraccio di gruppo: siamo lì per sostenerci a vicenda qualsiasi cosa accada.
E allora perché?
Beh, perché affettuosamente amo definirci degli egocentrici del cazzo, che non si permettono di esserlo nella vita reale ma che sublimano – direbbe Freud – in questa maniera sublime. E scusate il gioco di parole.
Il teatro siamo noi, il teatro è la stessa aria che respiriamo, il teatro è la vita. Avete mai fatto caso a come il teatro si presti a moltissime similitudini con la vita reale? Io sì, ed è una cosa incredibilmente impressionante.
E poi il sipario si apre. Silenzio. Attesa. Luci in faccia. E parti come se non avessi fatto altro in vita tua. Risate. Applausi a scena aperta. Risate. Tardone che commentano gli uomini in scena. Ancora risate. Ultima scena. Già?!? Non è possibile. Monologo finale. Inchino. Applausi. The courtains fall.
Vorrei avere delle piccole scatoline per contenere le emozioni che provo ogni volta: non dimenticarle mai, tenerle lì e riguardarmele di tanto in tanto, nasconderle dalla corruzione inesorabile delle cose, tenerle vive sempre.
E invece ora sono passate precisamente 24 ore e a me sembra sia passato un mese intero. Ma non credo dimenticherò mai l’emozione di aver ricevuto in prima persona un applauso a scena aperta. 
Vi voglio bene ragazzi.
Spacchiamo di brutto.
Backstage.
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